BONEFRO

BONEFRO

 

LE ORIGINI DI BONEFRO TRA LEGGENDA E STORIA

La tradizione popolare fa risalire alla leggenda del “ratto delle venefrane” le origini del primo insediamento di Bonefro.         

Era il mese di maggio, si narra che alcuni pellegrini partiti da Venafro erano diretti al santuario di S.Michele Arcangelo nel Gargano. Tutti i pellegrini erano in preda ad una grande emozione, più ansiosi degli altri, tuttavia, erano tre coppie di giovani sposi che desideravano consacrare la loro recente unione all'Arcangelo Michele. Durante l’ultima sosta prima di raggiungere la meta, furono assaliti da alcuni pastori locali che rapirono le loro donne.

I Venafrani, con il cuore straziato dal dolore, non poterono far altro che riprendere la via del ritorno. Le donne rapite, rassegnate al loro destino, unite con i pastori, diedero origine ad un piccolo insediamento chiamato Venifro in ricordo di Venafro.

I tre giovani mariti non trovarono la forza di sopportare la perdita delle loro donne, tanto che arrivati nei pressi del torrente Cigno, impietriti dal dolore, si trasformarono in tre grossi macigni. Le spose, nel contempo, piansero tanto da far sorgere con le loro lacrime una fonte. Anche il cielo fu mosso a compassione: per alleviare il dolore delle fanciulle, per premiare la loro fede le trasformò in tre bianche colombe. Il profondo affetto che legava le tre giovani coppie dura ancora oggi. Ogni giorno, verso il tramonto, per rinnovare il loro patto d'amore, tre bianche colombe si innalzano in volo dalla fonte di Chiaj Donn e vanno a posarsi sui tre macigni di Pascacolomba. Bonefro, invece, sembra il risultato del processo di insediamento altomedievale e della concentrazione delle popolazioni rurali in un luogo fortificato. Documenti storici, infatti, attestano l'esistenza di un castello di Binifro o Benifro nell' XI secolo. Un diploma del 1049 riporta la notizia della donazione del monastero di Sant’Eustachio, fatta da un conte dei principi longobardi di nome Adelferio, al monastero di Montecassino. Nel documento per precisare i confini dei beni donati, si cita per due volte il nome di Binifro o Benifro. La presenza del castello nel 1049 permette di ipotizzare, con una certa sicurezza, la nascita di un nucleo abitativo nel periodo longobardo.

Di certo la zona è sotto dominio longobardo fino alla seconda metà dell’XI secolo, quandosubentrano i normanni, che aggregano l’area alla Capitanata. Seguono le dominazioni sveve, angioine e aragonesi.

Documenti storici successivi, datati dalla metà del XV secolo all'inizio del XIX, riportano le vicende riguardanti i numerosi passaggi di proprietà relativi al feudo di Bonefro nelle le mani di numerose famiglie nobili tra cui Boccapianola, David De Guerris, De Corrado, Di Guevara, Beatrice Milano, Castelletti, Mastrogiudice e Ceva Grimaldi.

Agli inizi del XIX secolo, quando Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e di Sicilia, abolì il sistema feudale, Bonefro fu inserito nella Provincia di Capitanata e Contado del Molise. Successivamente aggregato alla provincia di Molise.

La storia successiva, dalla dominazione borbonica agli anni successivi all'unità d'Italia, è stata segnata da vicende comuni a tutto il meridione come rivolte e brigantaggio, provocando numerosi episodi di violenza e di repressione da parte della guardia nazionale.

 

IL PAESE

Bonefro, mt 631 s.l.m., dalla caratteristica forma urbana a terrazza, è incuneato fra i colli “Verzelli” (841mt) e “Totaro” (879 mt). Dal “Cerro del Ruccolo” (mt 889) si può ammirare un vario e pittoresco paesaggio: il mare Adriatico, dal faro di Vasto al promontorio del Gargano, le Isole Tremiti, il lago di Lesina, il Tavoliere delle Puglie, i monti della Daunia, il Matese, la catena della Maiella, i monti Frentani e la valle del Biferno.

Nel contesto urbanistico e artistico dell'abitato assunsero rilevante importanza il Castello e la chiesa di Santa Maria delle Rose, costruiti sulla parte alta di uno sperone roccioso, nella zona comunemente detta Terravecchia. Qui sono conservate quattro porte, vestigia del periodo feudale, quando l'abitato era circondato dalle mura : “Porta Molino”, “Porta Piè la Terra”, “Porta Fontana”.

Nel corso dei secoli il paese si sviluppò nei luoghi detti "Il Piano", "Il Monte" e "Le Lame".

Nel 1700 la parte vecchia e la parte nuova del paese furono unite dalla "Piazza" ricavata nell'area del piano con la realizzazione di una quarta porta, “Porta Nuova”. Con la costruzione del Monastero nel 1716, Bonefro raggiunge la sua struttura base definitiva.

 

IL CASTELLO

Non è noto il periodo della sua erezione, ma si può affermare che i primi feudatari di Bonefro possedevano sicuramente una costruzione fortificata sin dai tempi dei longobardi: un documento del 1049 parla, infatti, del “Castello de ipso binifro”; un diploma nel quale Adelferio, conte dei principi longobardi di Benevento, dona il Monastero di Sant'Eustachio a quello di Montecassino: Nel documento per precisare i confini dei beni donati si cita due volte il castello di Binifro. Nell'occasione si cita anche il castello di Sancto Iuliano che esisteva già sicuramente dal 976. Probabilmente si può affermare che l'attuale Castello fu riedificato e ampliato, sopra il precedente edificio, nel periodo normanno e aragonese. I castelli potevano essere feudali, cioè appartenevano al feudo, o burgensatici, cioè di proprietà privata; il castello di Bonefro era del secondo tipo.

Al XV secolo sono da collocare le più recenti trasformazioni strutturali e architettoniche. Segno inconfondibile del periodo sono nella loro maestosa mole tre torri ( nei lati est e nord) che presentano caratteristiche costruttive tipiche del periodo: cilindri che poggiano su tronchi di cono ( all'origine forse erano tronchi di piramide) con volumi ben definiti ( la pianta quadrilatera con 4 torrioni altamente scarpati agli angoli ero lo schema aragonese diffuso in tutto il mezzogiorno.)

Attualmente il castello, a pianta quadrata, presenta quattro torri, di cui tre in parte a scarpata e in parte cilindriche e una, più piccola, completamente cilindrica e di dimensioni più piccole perché nelle vicinanze della Chiesa Madre. Le torri agli angoli fuoriuscenti dal perimetro della pianta servivano per il tiro “fiancheggiante”cioè per colpire di lato gli eventuali assalitori, aggiungendosi così al tiro frontale che veniva effettuato dalle mura. Esisteva una quinta torre, probabilmente risalente al periodo svevo data la sua struttura, che andò distrutta verso il 1888. Essa fu costruita a una certa distanza dal corpo del castello e quindi aveva le funzioni di rivellino (fortificazione avanzata) o era l'unica parte rimasta dell'antico castello.

Da fortezza è stato trasformato in palazzo baronale intorno al 1400. Negli anni 1608-1609 già esisteva il passaggio coperto che conduceva dal Castello alla vicina Chiesa Madre, dove era stato eretto un palco (nel punto ove adesso si trova l'organo) per permettere al marchese di assistere alla santa messa e alle altre funzioni religiose. Intorno al 1888 il passaggio fu fatto demolire dall'arciprete.

L'ingresso del Castello si caratterizza per il portale ad arco a sesto acuto in pietra, sorretto da due mensole pure lapidee, con colonne laterali in pietra e fino al secolo scorso era chiuso da robuste porte in legno. Su di esso, in alto, è visibile una pietra su cui, probabilmente, era scolpito uno stemma marchesale poi distrutto a colpi di scalpello.

Una volta all'interno si trova un cortile, non molto spazioso che serviva, evidentemente, solo per gli usi personali del marchese, le funzioni di difesa dei cittadini erano invece esercitate solo dalle mura di cinta che proteggevano la parte più antica dell'abitato. Nel cortile, di lato, è ancora conservata la cisterna, attualmente chiusa a fabbrica. La tradizione popolare vuole che fosse fornita di lame taglienti, sulle quali venivano gettati i corpi dei condannati. Altri raccontano che da essa parte una galleria che arriva fino alla Torre Magliano. In realtà la cisterna non aveva altro uso che rifornire di acqua gli abitanti del castello.

Alla fine il palazzo nel '900, frazionato, è passato ai privati cittadini. Attualmente la parte che guarda verso la piazza e' deturpata da un edificio che la copre quasi per intero. Altre modifiche furono apportate da privati

cittadini, per uso di abitazione. La sua struttura ha assunto la fisionomia delle costruzioni circostanti tanto da risultare difficilmente riconoscibile, poiché le modifiche avutesi nel tempo lo hanno reso perfettamente omogeneo alle strutture edilizie vicine.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLE ROSE

La chiesa madre, sotto il titolo di Santa Maria delle Rose, sorge nel centro storico di Bonefro, nelle immediate vicinanze del castello. La chiesa ha subito nel corso del tempo molti rifacimenti che hanno mascherato il disegno originale: tuttavia sono ancora visibili alcuni elementi della fabbrica( la mole, il peso e il volume della struttura) che mostrano che essa fu edificata nel periodo romanico, probabilmente nel XIII secolo.

Presenta una facciata a salienti completamente ricostruita nel 1853, conservando il portale del 1748. Sulla facciata sono ancora oggi visibili le tracce dell'antico passaggio coperto che collegava la chiesa al castello e permetteva al barone del luogo di pervenire direttamente al suo palchetto privato(tribuna) (posto nel punto dove ora si trova l'organo) ed assistere alle sacre funzioni. La tribuna era detta della “gelosia” perché permetteva al barone di osservare i fedeli radunati in chiesa, senza essere a sua volta visto. Il passaggio coperto e la tribuna vennero fatti demolire nel 1888.

Attaccato alla chiesa troviamo il campanile di forma quadrangolare, formato da quattro ordini sovrapposti. Il campanile subì la mutilazione della guglia nel 1963 e al suo posto venne costruita una ringhiera in ferro battuto. In origine la torre campanaria era una struttura a sé stante, ma venne inglobata nella pianta della chiesa nel corso della restaurazione del 1700.

Internamente la chiesa ha un aspetto settecentesco in conseguenza della restaurazione, secondo il gusto barocco, avvenuta nel 1728 per volontà di Mons. Giovanni Andrea Tria.  I lavori di restauro portarono alla realizzazione di cappelle su ambedue i lati, di un coro, di un presbiterio e all’innalzamento di tutta la fabbrica. Nonostante i cambiamenti voluti dal vescovo di Larino, si sono conservate alcune tracce dell'antico stile romanico: i pilastri, a base quadrata, sono costruiti in pietra scalpellata (lavorata con lo scalpello); lungo la navata centrale, nella parte nascosta dei tetti, sono state ritrovate piccole finestrelle, ora richiuse, che una volta erano a cielo scoperto, questo può portare ad ipotizzare che la chiesa in origine era stata edificata secondo il disegno a “capanna” (a navate basse), tipico del periodo romanico. La chiesa ad andamento longitudinale è suddivisa in tre navate con presbiterio rialzato di un gradino. Possiede una copertura “a botte” con lunette nella navata centrale e piatta nella navate laterali. In queste ultime troviamo altari e nicchie con santi. Sul soffitto sono dipinti a olio il “San Giuseppe con il Bambino Gesù” e la “Madonna delle Rose con Bambino Gesù”, mentre a tempera è dipinto “San Nicola di Bari” patrono di Bonefro. Un arco trionfale immette nella zona presbiteriale ove troviamo un pregevole altare maggiore in marmi bianchi e policromi con intarsi, bassorilievi e altorilievi, realizzato da Antonio di Lucca, uno dei più importanti maestri marmorari del regno di Napoli. È uno dei più importanti altari della diocesi di Larino. Dal contratto d’opera veniamo a sapere che l’altare di S. Maria delle Rose venne commissionato nel 1755 dall'arciprete Don Teodoro di Tara e che giunse a Bonefro via mare facendo il periplo di tutta la penisola e passando per lo stretto di Messina. Ciò fa immaginare che i collegamenti stradali tra il Basso Molise e la capitale partenopea in quell’epoca fossero particolarmente difficoltosi e conseguentemente si preferiva un lungo viaggio per mare piuttosto che valicare gli

Appennini. Dietro all'altare si trova il coro del XVIII secolo in legno di noce intagliato, presenta lo stesso stile dei confessionali e del fonte battesimale e fa parte degli arredi della chiesa eseguiti da Mons. Tria nel 1748. Nel coro sono situati quattordici stalli semplici (sedili dove prendono posto i prelati durante le celebrazioni liturgiche) e uno stallo riservato all'arciprete munito di un baldacchino per significare il privilegio dell'arciprete. Nel corsodei lavori di restauro degli anni '60 ci fu un importante ritrovamento: venne alla luce la porta di accesso alla stanza situata sotto il coro. In questo spazio, lungo i muri interni, proprio in corrispondenza degli stalli del coro, erano posti diciotto sedili su cui sedevano alcuni scheletri di sacerdoti con ancora indosso i resti dei loro abiti. Si stabilì che i resti appartenevano a quaranta sacerdoti. Alla stanza che era quindi l'antico cimitero dei sacerdoti, si accedeva tramite una botola esistente dietro l'altare maggiore, richiusa nel 1925. La Chiesa conserva pregevoli lavori di artigianato artistico in legno: l'organo, in stile barocco, costruito dal beneventano Michele Bucci, il crocifisso e la statua lignea di S. Maria delle Grazie del 1745 dello scultore campobassano Paolo Saverio Di Zinno

(ideatore dei “Misteri” di Campobasso); di scuola napoletana sono invece le tele, quali la Madonna del Rosario, Cristo Morto e la Madonna con il Bambino)

CONVENTO DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

STORIA

Originariamente il Convento dei Minori Conventuali di S. Francesco d'Assisi, la cui fondazione si può far risalire al XVI (dopo il 1586), era

situato sul Piano della Fontana, tra la Fontana della Terra e la Fontana dei Ciechi, ed aveva il titolo di Santa Maria delle Grazie.

Era un convento di piccole dimensioni dove risiedeva una comunità religiosa maschile e presentava caratteristiche architettoniche tipiche delle strutture

conventuali: un refettorio, con annessa cucina, il dormitorio e una cella vinaria (cantina) alla quale era collegata una vigna e inglobata nella struttura una chiesa. Il Convento fu soppresso nel 1652 in virtù di un decreto papale, la cosiddetta bolla Instaurandae del papa Innocenzo X che ordinava la chiusura di tutti i piccoli conventi d'italia; tre anni dopo fu restituito alla “Religione” in seguito alle pressanti richieste dei fedeli bonefrani.

Il convento, con l'annessa chiesa cominciò a cadere nel 1702: per questo motivo si costruì un altro fabbricato, attraverso il riuso di quello precedente, sui fianchi del Monte di Bonefro, nella posizione urbana che ancora oggi occupa. Terminati i lavori i frati vi si trasferirono il 2 luglio 1716.

La vita monacale cessò a Bonefro nel 1809 con la legge della soppressione degli ordini monastici possidenti, con il conseguente incameramento dei loro

beni allo Stato. Nel 1817 Ferdinando I re delle due Sicilie donò il fabbricato al comune di Bonefro per adibirlo a uso civile, come caserma militare,

pretura, carcere civile e scuola pubblica. Il Convento di Santa Maria delle Grazie tra il 1991 e 1995 fu oggetto di un importante restauro architettonico, da parte della Soprintendenza delle Belle Arti del Molise, per salvaguardarlo, tutelarlo e renderlo fruibile: le numerose stanze presenti al piano superiore, le vecchie celle dei frati, furono arredate come struttura ricettiva, attualmente fruibile, per favorire lo sviluppo turistico locale. In seguito al sisma del 2002 fu messo a disposizione dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile etc. per rilievi, verifiche e soccorsi. Inoltre fu utilizzato come sede di culto per l'inagibilità delle chiese del paese. Attualmente ospita numerose iniziative culturali, come mostre, conferenze, presentazioni di libri etc. e il Museo Etnografico, caratterizzato dalla rappresentazione di tutti gli aspetti della vita popolare del paese e soprattutto legato alle attività lavorative tipiche locali.

 

STRUTTURA ARCHITETTONICA

L'edificio a pianta quadrata fu realizzato interamente in pietra locale e si sviluppa su due piani. Presentava due ingressi, uno sul lato ovest caratterizzato da un grande portone e uno sul lato est (l'attuale via Palazzo Comunale), introdotto da un ampio pianerottolo rialzato a cui si accedeva attraverso una larga gradinata in pietra. Fulcro del convento era l'ampio chiostro a cielo aperto di forma quadrata, circondato sui quattro lati da corridoi coperti che si aprono sullo spazio centrale con una serie di arcate, quattro su ogni lato, (attualmente chiuse da vetrate) che poggiano su pilastri in pietra. L'accesso al chiostro, luogo di preghiera dei frati, è dato da due grandi porte-finestre che si aprono su due dei lati del chiostro; al centro è conservata la cisterna, a forma poligonale, costruita nel 1736 per la raccolta dell'acqua piovana. Attraverso i corridoi si accedeva ai principali luoghi conventuali: il refettorio , la cucina, il luogo comune e il dormitorio. Annessa al Convento era l'ex Chiesa di San Francesco caratterizzata da un' unica ampia navata e una sagrestia formata da quattro vani con la volta a botte. L'antico ingresso della chiesa era sul lato est, il lato che affaccia su via Palazzo Comunale, probabilmente servito di una gradinata o pianerettolo. Sui fianchi della chiesa, da una parte, e del chiostro, dall'altra, venne eretto con un ardito disegno, il campanile su quattro archi sovrapposti (uno è ancor oggi visibile). Fonti storiche attestano la presenza di numerosi altari eretti nella chiesa; l'altare privilegiato era quello dedicato a Santa Maria delle Grazie testimoniato dall'iscrizione latina presente su una lapide di pietra del 1753 conservata nell'ex chiesa:

“Altare hoc omnipotenti deo in onorem ss. Virginis Mariae gratiarum erectum privilegio quotidiano perpetuo ac libero pro omnibus defunctis ad quoscumque sacerdotes vigore brevis benedicti papae xiv die iv octob. Mdccli insignitum atque a ministro generali ordinis die ix mensis ianuarii mdccliii designatum +”

( QUESTO ALTARE A DIO ONNIPOTENTE IN ONERE DELLA SS. VERGINE MARIA DELLE GRAZIE ERETTO IN PRIVILEGIO QUOTIDIANO PERPETUO E LIBERO PER TUTTI I DEFUNTI PRESSO OGNI SACERDOTE IN FORZZA DEL BREVE DI PAPA BENEDETTO XIV IL GIORNO 4 OTTOBRE 1751 INSIGNITO E DAL MINISTRO GENERALE DELL'ORDINE IL GIORNO 9 DEL MESE DI GENNAIO 1753 DESIGNATO +)

La sagrestia della chiesa, probabilmente tra il 1824 e il 1839, fu trasformata in una specie di cimitero, i morti erano qui seppelliti perchè lontano dal centro abitato. Nel corso dei lavori di restauro furono rinvenuti ossa di cadaveri e due lapidi funerarie. Sulla prima lastra si legge: D(eo) o(ptimo) m(aximum) / tumulus / familiae / rossi / mdcccv ( Tomba della famiglia Rossi, 1805); sull'altra pro mulieribus ( “Per le donne”): probabilmente una pietra che ricopriva la tomba dove venivano seppellite le donne. La chiesa, verso la metà dell' 800, per mancanza di fondi e per incuria cominciò ad andare in rovina. Nel corso degli anni '90, all'interno dell'ex chiesa diroccata vennero alla luce, durante un intervento della Soprintendenza BBAASS del Molise, parti di pavimento in mattonelle di terracotta, basi di colonne, tre resti di nicchie e due lapidi funerarie. Negli ultimi anni, l'ex chiesa, oggetto di un intervento di recupero architettonico per la creazione di un centro polifunzionale- auditorium, è stata in parte ricostruita ex novo e in parte restaurata.

La sala – auditorium è dedicata al pittore molisano Domenico Baranelli (Bonefro 1895- Siena 1987).

Un omaggio a un grande artista che il mondo dell'arte italiano ed internazionale ha conosciuto, apprezzato e premiato nel secolo scorso.

FONTANA DELLA TERRA

FONTANA DEI CIECHI

Le fontane erano molto importanti e diffuse nei centri abitati prima che l'acqua corrente fosse disponibile nelle singole abitazioni. Esse erano spesso dotate di lavatoi pubblici, posti muniti di vasche ove ci si poteva recare per fare il bucato.

Oltre all'uso come punto di accesso all'acqua, le fontane sono usate come elemento architettonico ed urbanistico ornamentale ed artistico, e poteva avere caratteristiche monumentali. Le fontane e i pozzi, pubblici e privati, erano, prima della costruzione della rete idrica, al pari della piazza e della chiesa, luogo di aggregazione; al riguardo esistono racconti, canti, proverbi popolari che testimoniano il ruolo sociale che essi hanno avuto nella storia e nella cultura delle popolazioni. A Bonefro le antiche sorgenti e fontane si sono sempre configurate come importanti punti di riferimento territoriale: esse sono dislocate in vari punti del centro urbano e dell’agro poiché costituivano tappe fondamentali di antichi percorsi della civiltà contadina, in particolare quelle situate lungo le strade extraurbane, in prossimità di ogni ingresso al paese rappresentavano l’ultimo punto per l'approvvigionamento idrico di uomini ed animali prima del rientro dalla campagna; la presenza di alcune di esse alle porte del nucleo abitato, denota una logica insediativa perfettamente riconoscibile che favoriva il sorgere degli insediamenti in prossimità delle sorgenti.

 

La Fontana della Terra

É sempre stata uno dei monumenti più significativi del paese e ne costituisce tuttora l’emblema. La Fontana della Terra, nella fabbrica attuale, fu costruita con il contributo di tutta la popolazione nel 1771. La Fontana, realizzata in pietra da taglio, presenta caratteristiche architettoniche e stilistiche tipiche del settecento: le sei aperture disuguali ad archi lobati sono separate da evidenti paraste alla cui sommità c'è una marcata trabeazione. La parte sovrastante consiste in un magnifico frontone sormontato da fregi e pinnacoli di rimarchevole fattura.

Al centro del grosso volume si legge un'iscrizione in lingua latina, perfettamente conservata in onore del popolazione locale:

“DEO OPTIMO MAXIMO MURMURE DELECTAT, REFECIT, PRAEBETQUE SALUTEM HIC FONS, QUEM POPULUS CONDIT AERE SUO DOCTOR PHISICO DON AEMILIUS FANTETTI MAGNIFICO RAIMUNDO ROSSI IANUARIO COLABELLA ET ROCHO BLANCO DE REGIMINE UNIVERSITATIS TERRAE VENIFRI ANNO DOMINI MDCCLXXI"

(A Dio Ottimo Massimo / Col mormorio diletta, rimette in sesto, e fa bene alla salute questa fonte, che il popolo costruì' col suo denaro / il dottor fisico don Emilio Fantetti il magnifico Raimondo Rossi Gennaro Colabella e Rocco Blanco essendo governanti dell'Universita' della Terra di Vinifro / Nell'anno del Signore 1771).

Sulla sommità è scolpito il busto di San Nicola di Bari con la scritta S. NICOLAUS, attuale patrono di Bonefro. La Fontana della Terra fu restaurata nel 1816 da Arcangelo Fagnano. La Fontana prese la denominazione della Terra perché era appunto della Terra, del paese. In seguito fu chiamata Fontana della Conceria, per il fatto che dietro di essa era in funzione una conceria marchesale. Si ricorda anche l'appellativo di Fontana della Salute, perché la sua acqua, contenendo meno del 5% di sali, veniva usata per lavare gli occhi dei ragazzi. Il Piano o Largo della Fontana era luogo di esecuzione capitale durante la dominazione francese. Sul fianco sinistro della suddetta fontana fu costruito nei primi anni del 1900 un lavatoio pubblico in pietra.

Frutto di un progetto del 1983-1985 è il teatro all'aperto realizzato, in pietra da taglio, davanti alla Fontana, fruibile da parte del pubblico per le numerose iniziative letterarie, musicali e culturali.

 

La Fontana dei Ciechi

La Fontana dei Ciechi è posta lungo una delle vie principali di accesso al paese. La Fonte dei Ciechi, insieme alla Fontana della Terra, sin dai tempi più antichi, rappresentava una delle due principali fontane del paese. Nel 1812 l'allora sindaco Nicola Agostinelli si lamentò per il fatto che i cittadini di Bonefrani erano costretti a bere le acque calde dei torrenti durante l'estate, nonostante che dai colli del paese scendessero acque sempre fresche. Di conseguenza propose di costruire una fontana nella Contrada de Ciechi, dal momento che essa poteva favorire una quantità di acqua sufficiente ai bisogni della popolazione. La Fonte dei Ciechi fu realizzata, ristrutturando un'antica e piccola fontana, dal maestro scalpellino di Pescopennataro Arcangelo Fagnano, nel 1816. La fontana è più piccola della precedente ed è definita da un blocco unico in pietra da taglio ripartito da quattro paraste che sorreggono una trabeazione alla cui sommità ci  sono dei fregi e pinnacoli decorativi. La fontana ha tre bocche di bronzo che ricevono l'acqua dalla sorgente del canneto degli ex-conventuali e presenta ai lati due abbeveratoi in pietra per animali, costruiti in momenti diversi. Le due fontane sorgono in via Ettore Lalli, la via intitolata al grande pittore di origine Bonefrana.

MUSEO ETNOGRAFICO

Nei vari ambienti del Convento di Santa Marie delle Grazie è allestito il MUSEO ETNOGRAFICO, caratterizzato dalla rappresentazione di tutti gli aspetti della vita popolare del paese e soprattutto legato alle attività lavorative tipiche locali.

Il Museo è suddiviso in varie sezioni:

· CUCINA E CAMERA DA LETTO

· AULA SCOLASTICA

· EMIGRAZIONE

· SEZIONE MULTIMEDIALE

· ARTI E MESTIER

· AGRICOLTURA

Testi e immagini fornite dal Comune di Bonefro

Comune di Bonefro

 

Via XX Settembre, 98

86041 Bonefro (CB)

Tel. +39 0874 732712

e-mail:comunedibonefro@tin.it

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